Condannato a morte il “Killer di Twitter”

da | 17 Dicembre 2020 | News

Takahiro Shiraishi (30) è stato condannato a morte per aver ucciso, smembrato e conservato nel suo appartamento i corpi di otto donne e un uomo. Il particolare che ha reso questo caso rilevante sembra uscito direttamente da un episodio della serie Black Mirror: l’uomo infatti ha attirato le sue vittime utilizzando Twitter, tanto che è stato soprannominato “Killer di Twitter”.

Shiraishi ha contattato tra agosto e ottobre 2017 otto donne e un uomo tra i 15 e i 26 anni dopo che questi avevano espresso il desiderio di suicidarsi su Twitter. L’allora ventisettenne utilizzava un nickname che poteva essere tradotto più o meno come “boia” o “carnefice” e proponeva alle sue vittime di aiutarle a morire. L’uomo ha invitato i malcapitati nel suo appartamento di Zama, nella prefettura di Kanagawa, e li ha poi strangolati. Si presume che abbia anche aggredito sessualmente le vittime femminili. Il killer ha poi smembrato i corpi e li ha messi in alcune borse frigo. La polizia l’ha scoperto grazie alle ricerche di una ventitreenne di Tōkyō scomparsa, che si è poi rivelata essere tra le vittime.

Il “Killer di Twitter” è stato giudicato dalla Corte Distrettuale di Tokyo {succo via Pixabay}

Il processo

L’uomo si è da subito dichiarato colpevole, quindi il processo si è giocato tutto attorno alla volontà o meno delle vittime di essere uccise. La difesa sosteneva infatti che l’uomo dovesse essere accusato solo di omicidio di persone consenzienti, essendo secondo loro i i messaggi che queste gli avevano inviato un “tacito consenso”. L’accusa invece ha chiesto la pena di morte sostenendo che le vittime non potevano aver acconsentito ad essere uccise. Shiraishi aveva infatti confessato che queste avevano cercato di resistere allo strangolamento. La difesa sosteneva che si sarebbe trattato solo di un riflesso condizionato.

La difesa ha cercato anche di sostenere l’incapacità di intendere e di volere completa o parziale del suo assistito al momento delle uccisioni, ma cinque mesi di esami psichiatrici hanno smentito anche questa ipotesi. Alla fine a prevalere è stata l’accusa: il giudice Naokuni Yano ha infatti condannato a morte Shiraishi. L’uomo ha dichiarato che non ricorrerà all’appello.

Il caso ha avuto moltissimo risalto nelle cronache nazionali e internazionali non solo a causa della crudezza degli omicidi, ma anche per il ruolo che i social media hanno giocato nel caso. Non era mai successo infatti che un serial killer intercettasse le sue vittime grazie a questi nuovi strumenti. Questo caso ha fatto sì che il governo giapponese e le aziende dei social media si impegnassero per proteggere e supportare i giovani in cerca di aiuto.

Fonte:
The Japan Times

Autore: <a href="https://hanabitemple.it/author/silvia/" target="_self">Silvia Fioravanti</a>

Autore: Silvia Fioravanti

Laureata in Lingue, culture e società dell'Asia e dell'Africa mediterranea, si occupa di news e vorrebbe farne il proprio lavoro. Si interessa soprattutto della società giapponese contemporanea e delle sue tendenze. Segni particolari: amante dei gatti, divoratrice di sushi e grande bevitrice di matcha!

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