Per un’appassionata di Giappone il Museo d’Arte Orientale Chiossone a Genova è una destinazione imprescindibile. Durante i miei studi ho sentito spesso parlare del museo e mi sono documentata sulla sua collezione unica, la sua architettura avveniristica per i tempi, e il suo programma variegato. Ciò a cui non ho proprio pensato, invece, è l’ambiente che circonda questo angolo di Giappone, la sua collocazione unica e il suo rapporto con la città.
Appena arrivata al centro di Genova, percorro la salita che serpeggia attraverso il giardino della Villetta di Negro, circondata dal verde delle piante più diverse che si inerpicano nel parco. Dopo qualche passo riesco a scorgere la scenografica cascata, il cui croscio mi ha incuriosito lungo il resto della salita. Il resto di Genova, sospesa come in una cartolina, mi sorprende emergendo dalla terrazza ai piedi museo. Cullata nel tempo rallentato di questo piccolo paradiso, raggiungo la vetta in uno stato di calma e contemplazione: la condizione ideale per immergersi nella collezione Chiossone.
Qualche settimana dopo la mia visita, la gentilissima direttrice del museo, Aurora Canepari, ci ha concesso un’intervista che ci ha permesso di sbirciare dietro le quinte del Chiossone per riscoprire la sua collezione e la sua posizione nel panorama genovese e nazionale. Ed è proprio da qui che partiamo.

Le origini
Hanabi Temple: Come è nato il museo Chiossone e da quanto opera? Cosa significa questo museo per Genova? Come si inserisce nel contesto culturale della città?
Aurora Canepari: Il museo Chiossone nasce dalla storia del suo collezionista e fondatore: Edoardo Chiossone. La nostra è una collezione che si è formata esclusivamente in Giappone. Chiossone non era un collezionista prima di trasferirsi lì, né ci si è recato per acquistare pezzi: è stato convocato dal governo giapponese come uno degli esperti occidentali, o oyatoi gaikokujin お雇い外国, le cui competenze erano richieste in vari ambiti durante il periodo Meiji. Il Giappone si era da poco dotato di un poligrafico di stato ma non aveva il personale qualificato. Chiossone fu chiamato per avviare la produzione di banconote e carte valori giapponesi e per le sue straordinarie competenze e nel 1875 si trasferì a Tōkyō, inizialmente assunto con un contratto per un periodo limitato.
Qui si occupava della progettazione delle banconote e di avviare un trasferimento tecnologico verso i dipendenti di quella sezione del ministero delle finanze. Ci si rese presto conto che servisse una certa continuità nell’identità grafica delle banconote, riconoscendo come fondamentale la mano di un artista italiano per tradurre elementi iconografici giapponesi in un linguaggio che potesse essere presentato anche su rotte occidentali. Il Giappone infatti voleva essere riconosciuto come uno stato nazione occidentale in Asia. La collezione si è avviata come una raccolta di opere di reference perché una buona conoscenza dell’arte giapponese era imprescindibile per il suo lavoro.

Assunto a vita con uno stipendio alto e con la prospettiva di passare il resto dei suoi giorni in Giappone, Chiossone ha poi reso la sua collezione un progetto lungimirante.
Formatosi all’Accademia Ligustica di Genova, era anche professore di disegno e incisore, un vero esperto della materia. La sua attività di collezionista fu subito ben accolta e riconosciuta da colleghi e amici giapponesi come un’impresa onorevole. Collezionava come se fosse un giapponese. Capiamo dall’ampiezza e dalla completezza delle sue sezioni che Chiossone la concepì presto come una collezione museale. Un suo concittadino recatosi a fargli visita in Giappone disse che Chiossone disponeva i suoi oggetti come in un museo, con tanto di informazioni esposte. È evidente che stesse costruendo il suo lascito per il futuro museo già durante la sua vita giapponese. Nel suo testamento espresse la volontà che la collezione venisse trasportata a Genova e che fosse esposta al pubblico all’Accademia Ligustica in un museo a suo nome, dimostrando uno sguardo moderno per un uomo della fine dell’Ottocento.
La sua è la prima collezione aperta al pubblico in Italia e una delle prime in Europa. Spedita subito dopo la sua morte e inaugurata nel 1905 alla presenza del re e della regina, è stata l’unica in cui si potesse studiare l’arte giapponese in Italia almeno fino al 1941, quando fu messa in sicurezza a causa della minaccia dei bombardamenti. Ci si potrebbe aspettare che fosse di ispirazione per gli artisti locali. In realtà, questo non sembra essere successo, forse perché non esisteva un’attività di studio e insegnamento vero e proprio a supporto della collezione. Non sembra fosse integrata nella vita artistica genovese.
Dopo la guerra la collezione iniziò la sua seconda vita: l’accademia era stata danneggiata durante la guerra e non era più nello stato di ospitarla. Essa passò quindi al comune di Genova, che commissionò la costruzione di un edificio apposito e che istituì il museo con lo stesso nome che porta oggi. La collezione è sempre stata aperta al pubblico e impiegata nella promozione della cultura e dell’arte giapponese grazie ai precedenti direttori Giuliano Fabretti e Donatella Favilla, che hanno coltivato rapporti con il Giappone e in ambito italiano, non rinunciando mai a un alto livello scientifico.
Il museo è parte della rete dei musei civici genovesi, con i suoi pro e contro: ad esempio, può essere difficile dividersi l’attenzione dei visitatori in una città con un’offerta culturale così ricca. D’altra parte, ci possiamo proporre una visita congiunta ai musei, così diversificati tra loro. Nel passato il museo ha sofferto isolamento per tanti anni, soprattutto per il suo contenuto particolare e per la sua posizione geografica. Nell’ultima decina di anni però la sincronia con gli altri musei è migliorata.

L’architettura di Mario Labò
HT: La sede del museo è un luogo speciale ed è stato pensato per ospitare la collezione. Com’è lavorare nell’architettura di Mario Labò? Quali problematiche e vantaggi presenta?
AC: Come ho già accennato, la struttura è piuttosto isolata dal contesto cittadino. Quando la collezione era conservata all’Accademia, si trovava in una posizione molto più centrale. Negli anni ‘50 invece è stata spostata nella villetta del marchese Di Negro, che fungeva già da museo delle collezioni civiche, ma che fu rasa al suolo dai bombardamenti. Geograficamente è fuori dalla rotta cittadina, su una collina che si affaccia sul centro della città. Ai tempi della sua edificazione non c’era consapevolezza dell’importanza dei percorsi turistici: il turista tipico raramente si avvicina alla collinetta. Il parco e il museo rimangono però luoghi affascinanti in grado di attirare i visitatori in cerca di siti più unici.
L’edificio è stato creato appositamente dall’architetto Mario Labò e presenta notevoli vantaggi e svantaggi. Si può definire come “recentemente vecchio”: troppo nuovo per essere riedificato, troppo vecchio per essere dotato di alcuni elementi oggi indispensabili, come per esempio gli ascensori. È da notare che il parco in cui sorge è di per sé difficilmente accessibile. Nonostante questo, ci impegniamo a raggiungere certi standard: abbiamo una particolare attenzione verso le persone con disabilità sensoriali e abbiamo implementato miglioramenti per rendere il piano terra e la terrazza accessibili organizzando con anticipo visite specifiche.
Dal punto di vista museografico, le teche e le vetrine risalgono agli anni ’60. Le opere di pittura grafica e che contengono materiali organici hanno esigenze legate all’illuminazione e all’umidità molto specifiche, per cui le teche non sono progettate. Abbiamo modificato le vetrine nelle due gallerie superiori negli anni 2000 e sono ora idonee a esporre sculture, vasellame, e anche opere dipinte o in cornice. È lì che esponiamo questi tipi di opere a rotazione. Il museo è dotato di un deposito molto ampio, che risponde alle esigenze della collezione che conta 15000 pezzi. Una vera fortuna per un museo del genere. Si tratta di un aspetto lungimirante della costruzione: l’intenzione era che il deposito stesso fosse ordinato e visitabile da singoli studiosi o piccoli gruppi, ma certo non da quelli consistenti delle visite di oggi. Detto ciò, l’idea di avere la collezione sempre a disposizione e accessibile è rimasta.

Veduta del Museo Chiossone di Genova dalla terrazza di Palazzo Rosso (Sailko)
Il vantaggio più notevole di un tale museo è disporre di un doppio patrimonio: la collezione e l’edificio stesso.
Da quando ho iniziato a lavorare sulla collezione del museo ho riscontrato un grande interesse per la sua architettura da parte di architetti, studenti e storici. Ho imparato a apprezzare quanto l’edificio sia importante a livello cittadino e nazionale, insieme alla figura di Labò come studioso dell’architettura. E anche le sue scelte nell’uso della luce, nei materiali, nella disposizione degli spazi, ispirati all’architettura giapponese, ma soprattutto degli architetti occidentali che avevano lavorato in Giappone e ne avevano esperienza diretta. Questo luogo prepara il visitatore a uno stato di contemplazione e calma. Le aperture e la terrazza si rivolgono verso la città, a colmare la distanza fisica ma anche culturale con il contesto.
Genova è sempre presente grazie alle numerose aperture verso l’esterno. Non ti senti mai estraniato dalla città, pur viaggiando idealmente in Giappone. Il percorso è circolare, non si torna mai sui propri passi, e l’area centrale è sempre visibile, la si percepisce come uno spazio diviso in sezioni. Si tratta del risultato di uno studio dell’architettura museale all’avanguardia al tempo.
La collezione
HT: La collezione è stata raccolta in un momento storico particolare in cui diversi funzionari e commercianti occidentali hanno avuto la possibilità di acquistare oggetti, non sempre ben consigliati da esperti. La vostra collezione rappresenta un unicum in questo panorama, grazie anche alla lungimiranza del suo collezionista. Che tipo di attività e linguaggi adottate per contestualizzarla e valorizzarla?
AC: La collezione risponde a una missione di divulgazione che Chiossone percepiva come una mancanza dello studio dell’arte in Italia. Non avendo mai studiato storia dell’arte orientale, scoprì questo mondo quando si trasferì. Si tratta di una collezione dal carattere didattico, pensata come strumento di studio. Anche i pezzi non giapponesi provengono comunque dal contesto del collezionismo in Giappone. Essa testimonia un’apertura verso una cultura molto poco studiata, attraverso un approccio squisitamente artistico.
La sua non è una collezione antropologica ma è dedicata invece ai più grandi artisti dell’arte giapponese. Si presenta divisa in sezioni: porcellana, scultura lignea, bronzistica, arte pittorica e grafica, specialmente ukiyo e, le famose xilografie policrome. Chiossone aveva un occhio da artista, particolarmente consapevole della validità di questo mezzo artistico data la sua formazione. Non era guidato da una visione eurocentrica o da un senso di superiorità ma dalla volontà di equiparare i migliori artisti giapponesi a quelli occidentali. Questo spirito è stato mantenuto anche all’Accademia, salvo qualche scelta curatoriale figlia del proprio tempo.

Gundari Miyō-ō e Gōzanze Miyō-ō, epoca Kamakura
Quando il museo è stato riaperto nel 1971 è stata fatta la scelta di denominarlo “museo di arte orientale”, cambiandone la natura e facendo acquisti per ampliarne il bacino geografico. Il focus è rimasto comunque la presentazione degli aspetti espressivi più forti dell’arte giapponese, in comparazione con opere di altre regioni. Questo aspetto si è perso negli anni 2000 per preferire una presenza incentrata sull’arte giapponese e privilegiando la qualità. Ciononostante, in alcune sezioni come gli smalti, le lacche e la scultura buddhista continuiamo a trovare oggetti di varia provenienza.
La galleria delle 12 armature da samurai rappresenta un aspetto un po’ più antropologico, che evoca l’aristocrazia militare con artigianato artistico di altissimo livello, non una semplice raccolta di oggetti curiosi ed esotici. La nostra collezione è diversa da quelle del periodo. Non è collezionismo di viaggio che si basa sul western gaze, una visuale occidentale di superiorità nei confronti delle culture incontrate. Non abbiamo particolari complessità nel narrare la nostra collezione, ma ovviamente ci impegniamo nel raccontare come nasce attraverso pannelli che spiegano la vita di Chiossone e la sua volontà, ma anche attraverso mostre temporanee.
L’anno scorso abbiamo presentato una mostra che parlava dei contesti giapponesi e artistici in cui Chiossone lavorava e viveva, insieme alla sua personalità, il suo spirito attento e il suo rinomato talento. Grazie all’assistenza dei suoi amici locali, la sua collezione è sorella di quelle giapponesi, non di quelle occidentali coeve. Oggi i musei si interrogano spesso sulla provenienza dei propri oggetti. Non abbiamo più l’apparato documentario che ci faccia sapere da dove un oggetto provenga o perché è andato perduto, ma abbiamo percezioni e indizi. Non possiamo escludere del tutto che ci siano opere dalla provenienza discussa, specialmente i doni privati senza documentazione di provenance.
Il museo è inserito in tutti i contesti italiani in cui siano attive ricerca sulla provenance, pur sapendo che le nostre opere non sono state ingiustamente espropriate. Chiossone disponeva di uno stipendio molto alto che lo ha reso in grado di acquistare in un modo trasparente in un periodo in cui i giapponesi non vedevano l’ora di liberarsi di certe opere. Nel momento storico in cui operava era infatti in atto un allontanamento dai valori tradizionali nell’ambito di una corsa verso la modernità.

HT: Qual è il suo oggetto preferito conservato nel museo?
AC: Questa domanda è molto difficile perché più studio la collezione e più mi imbatto in cose che mi fanno dire “questo è il mio oggetto preferito!” Dal mio punto di vista di studiosa di arte orientale, il mio percorso di ricerca specifico è sulle le stampe ukiyo e. Sceglierò quindi la serie dei Cento aspetti della luna di Tsukioka Yoshitoshi perché è un’opera straordinaria che si posiziona alla fine dell’evoluzione artistica della stampa xilografica, raccogliendone tutte le eccellenze tecniche, ma allo stesso tempo rappresentandone la fine. Yoshitoshi ha continuato a traslare il patrimonio di immagini e tecnica di questa particolare espressione nel periodo Meiji.
La serie è interessante dal punto di vista tecnico ma anche storico: è infatti espressione della contemporaneità nella quale la collezione si è formata. Chiossone avrebbe potuto acquistarla dall’artista direttamente. In ogni foglio si vede un aspetto della luna, che funge da occasione per poter rappresentare diversi elementi del folklore e della storia giapponese. A livello comunicativo la usiamo spesso nella creazione dei nostri post di Facebook perché è ricca di elementi identificativi della cultura giapponese. Certamente scaturisce da una visione politica al passato, tipica del periodo Meiji, ma rappresenta divinità e figure poetiche, anche cinesi, confermando questo debito culturale senza vergogna. Tutte le figure sono molto armoniose, privilegiando l’immediatezza della comunicazione. Non a caso, molte delle stampe sono usate in locandine e copertine di libri. Una serie di icone di quello che è per noi il Giappone, rese anche con l’intento di aprirsi all’occidente.

Stampa dalla serie Cento Aspetti della Luna di Tsukioka Yoshitoshi (Waseda University)
Oltre Chiossone
HT: Curate anche mostre temporanee come la recente La forma del vento. Che tipi di mostre sono? Come decidete il tema e gli oggetti?
AC: Realizziamo due tipi di mostre temporanee. Al primo appartengono quelle di rotazione della collezione, in cui gli oggetti normalmente sono ospitati nelle gallerie superiori. Servono a presentare al pubblico le opere nei depositi e quelle che non possono essere sempre in mostra per ragioni conservative. Sono costituite quindi da opere pittoriche e grafiche. Questa tipologia ha spesso un focus tematico, mettendo in evidenza la presenza del tema in opere eterogenee come nel caso de La Grande Onda. L’importanza dell’acqua nella cultura giapponese cha ha avuto luogo nel 2023. Da poco è stata aperta Poeti ed eroi il cui tema è la figura maschile in Giappone, che comprende non solo l’icona del samurai ma diversi personaggi maschili che troviamo rappresentati nelle nostre opere.
Alla seconda tipologia appartengono le mostre che ospitiamo, che possono essere integrate con opere della collezione e spesso anche curate a più mani. La forma del vento, ideata dall’istituto CELSO, era ospitata in due sedi, il nostro museo e il Museo delle Culture del Mondo al Castello D’Albertis. In quel caso, nel nostro museo non erano presenti solo opere scelte dai curatori della mostra, ma anche alcune della nostra collezione poste in dialogo. Un altro esempio è l’esposizione ospitata adesso da noi e dal museo di arte contemporanea di Villa Croce dell’artista Richard Gorman, curata da Valeria Ceregini.
Nel nostro museo sono visibili le opere su carta giapponese washi create dall’artista, che si è per altro formato in Giappone e che è in grado di creare la washi. Ospitiamo opere di artisti giapponesi, italiani o europei che abbiano una particolare connessione con il Giappone. Queste mostre sono rese possibili dalla nostra presenza in un network di musei cittadini che ci permette di espandere e condividere i nostri pubblici.

Menuki (ornamenti per spade) raffiguranti le maschere Okame e Hyottoko
HT: Altri tipi di iniziative trovano spazio al museo, come ad esempio Yomimono: leggere al Museo Chiossone. Che tipo di attività ospitate e come scegliete le realtà con cui collaborate?
AC: Mettiamo a disposizione i nostri spazi per associazioni artistiche e culturali per spettacoli e altre attività, come rassegne musicali che sono attive ormai da molti anni. Nel nostro spazio principale abbiamo un pianoforte in comodato d’uso grazie all’associazione Amici del Teatro Carlo Felice e del Conservatorio Niccolò Paganini, con cui organizziamo anche concerti al museo. Questo invito è stato esteso poi a altre associazioni dedicate alla musica e ai festival musicali o rassegne teatrali della città. Yomimono invece è una rassegna di presentazione di libri pensata per inserirsi in una specifica attività cittadina, cioè Genova come Capitale del Libro. Si chiamava infatti “leggere al museo Chiossone e non solo”, perché coinvolgeva anche diverse biblioteche della città. Diverse iniziative nascono dall’incontro spontaneo di autori e editori amanti del museo, accompagnato da un processo di selezione e ricerca di novità editoriali. L’intento è di portare il museo fuori dal museo.

Il museo fuori dal museo
HT: Quali progetti ci aspettano nel futuro del museo?
AC: Continueremo con una proposta in linea con quella del passato, che comprende conferenze e incontri con studiosi, ma anche visite guidate tematiche che seguono le nostre mostre temporanee e altre pensate per le famiglie. Il museo celebra le gosekku, le feste stagionali giapponesi, come Hinamatsuri, Kodomo no hi, Tsukimi e Tanabata. Ospitiamo eventi e li illustriamo attraverso le nostre opere, creando un legame con la collezione. Continueremo a organizzare mostre temporanee anche con altre realtà. Vedremo più spesso il museo fuori dal museo.
Al Museo di Roma a Palazzo Braschi c’è una mostra di cui siamo i principali prestatori: UKIYOE. Il Mondo Fluttuante. Visioni dal Giappone. Lì alcune delle opere del museo delle civiltà entrano in dialogo con le nostre: si sviluppa così una tematica molto efficaci, essendo la nostra collezione soprattutto di periodo Edo. L’intento di queste collaborazioni è di portare la visibilità del nostro museo a un livello più alto e non solo nazionale. Ci si può aspettare di vedere la nostra collezione in altre esposizioni importanti, sempre in contesti di alta curatela scientifica e di fruizione adeguata, come nel caso della mostra citata, che è curata dalla professoressa Rossella Menegazzo su richiesta del comune di Roma.

Vogliamo anche aprirci e promuovere la visibilità di altre culture: quest’anno abbiamo festeggiato il Capodanno cinese in collaborazione con l’università di Genova e siamo riusciti a coinvolgere la comunità cinese, sapendo anche quali possono essere le ritrosie di un avvicinamento della cultura giapponese e cinese, muovendoci cautamente e con una mediazione culturale opportuna. Le nostre attività si inseriscono nei progetti del comune e quindi le scelte tematiche sono spesso parte di progetti più estesi. Poeti ed eroi, ad esempio, si instaura nell’iniziativa Genova nel Medioevo e presenta il medioevo giapponese con i dovuti sfasamenti e precisazioni storiche. Per il progetto Genova Capitale dello Sport contribuiremo ospitando dimostrazioni di arti marziali. Grazie a questi impegni, il museo Chiossone è una realtà sempre più inserita nella quotidianità dei genovesi.
Se l’argomento musei di arte Giapponese in Italia vi interessa, qui trovate la nostra intervista alla direttrice del Museo di Arte Orientale di Venezia Marta Boscolo Marchi.





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