Il Museo d’Arte Orientale di Venezia: tesori dal Giappone

da | 17 Dicembre 2020 | arte, Articoli

Un’intervista concessa da Marta Boscolo Marchi, Direttrice del Museo d’Arte Orientale di Venezia, ci trasporta in Giappone tra armature, lacche, portantine e curiosità sulla storia e il futuro della collezione.

 

Sapete che per ammirare dal vivo un po’ di autentica arte giapponese non dobbiamo prendere necessariamente l’aereo? Nel nostro Paese, infatti, esistono diversi musei e istituzioni che custodiscono ed espongono opere d’arte e manufatti provenienti dal Giappone di varie epoche. Alcune collezioni si compongono principalmente di armature e armi cerimoniali ottocentesche, mentre altre comprendono stampe ukiyoe, bronzi e lacche pregevoli. Gran parte di queste opere è giunta in Italia dall’Oriente nel XIX secolo, grazie ai viaggi di uomini d’affari, artisti e diplomatici. In tutti i casi, costituiscono testimonianze dell’interesse dei viaggiatori europei del tempo per l’artigianato nipponico e rappresentano fonti storiche inestimabili e tangibili.

Oggi desideriamo puntare i riflettori sul Museo d’Arte Orientale di Venezia, collocato all’ultimo piano di Ca’ Pesaro. Il museo nasce nel primo dopoguerra, quando lo Stato italiano riceve la collezione del conte di Bardi, Enrico di Borbone, come risarcimento ai danni di guerra. Questi si era recato in Asia alla fine dell’Ottocento e durante i suoi viaggi aveva raccolto diverse opere, soprattutto giapponesi. Nonostante le problematiche relative alla conservazione delle opere, il critico d’arte Nino Barbantini è riuscito a crearne l’allestimento suggestivo che possiamo ammirare ancora oggi.

La Dottoressa Marta Boscolo Marchi, Direttrice del museo, ci ha gentilmente concesso un’intervista in cui ci invita a scoprire questa prestigiosa istituzione e i suoi tesori. Potete ascoltare l’intervista integrale nella puntata dedicata del podcast di Hanabi Temple, incorporata a fondo pagina.

 

Katsushika Hokusai, Fanciulle che follano la seta, xilografia

Katsushika Hokusai, Fanciulle che follano la seta, 1794-1798. Xilografia

La storia del Museo d’Arte Orientale di Venezia e l’allestimento Barbantini

 

Hanabi Temple: Innanzitutto grazie per averci concesso questa intervista! Abbiamo già ricordato le origini del museo, quindi vorrei iniziare chiedendole: quali sono stati i momenti storici più significativi o curiosi che hanno portato il Museo d’Arte Orientale di Venezia al suo aspetto odierno?

Dott. Marta Boscolo March: Il museo ha sempre cercato di tutelare l’allestimento Barbantini, poichè si è trattato di un intervento museologico importantissimo nella storia della museologia italiana. Di fatto, però, ci sono delle problematiche legate alla conservazione, perchè un museo del 1928, come potete immaginare, rispondeva ad altri criteri conservativi. Nel frattempo sono maturate anche maggiori consapevolezze sulla conservazione preventiva delle opere.

Uno dei cambiamenti più rilevanti è stata la trasformazione in deposito di quella che era la “Sala delle religioni”, per opera della precedente Direttrice, Fiorella Spadavecchia. Il deposito è il cuore pulsante del museo, frutto dell’investimento di molte energie e molti fondi. D’altra parte, la creazione di questo ambiente ha comportato la perdita di quella che era una delle sale più importanti e suggestive. La sala, infatti, esponeva butsudan (altari buddhisti per la venerazione privata, N.d.R.), sculture di soggetto buddhista o di altre religioni. Inoltre, per ragioni conservative, molte delle armature esposte sono state ricoverate nel deposito, a causa dei danni provocati dall’esposizione alla luce che hanno subito per anni. Si è perduto l’effetto suggestivo della parata di samurai stanti, così impressionanti per un visitatore che salisse la scala di legno voluta da Barbantini. Oggi le armature restaurate sono esposte in vetrine che le tenga al riparo dalla luce e dalla polvere.

La collezione e il deposito

 

HT: In passato le armature erano mostrate stanti, mentre oggi invece sono in posizione seduta per proteggerle dall’erosione, quasi che riposassero dopo essere state in piedi così a lungo! Nella sua risposta ha già accennato ad alcuni dei tesori che il museo conserva. Per dare un’idea ai nostri lettori dell’entità della collezione, ci può fornire un numero indicativo di oggetti?

MBM: In sede abbiamo poco più di 17000 pezzi. Dico “in sede”, perchè abbiamo anche degli importanti depositi esterni, per esempio presso l’ex Istituto di Antropologia di Padova. A quest’ultimo, tra il 1936 e il 1942, abbiamo consegnato circa 2000 pezzi che avevano carattere maggiormente antropologico, o almeno così era nell’ottica di allora. Prossimamente verranno esposti nel Museo della Natura e dell’Uomo che l’Università di Padova sta realizzando: molte opere sono giapponesi, ma anche birmane e tailandesi. Sicuramente Barbantini privilegiò la consegna di opere del Sud-est asiatico rispetto a quelle giapponesi, ma a Ca’ Pesaro mantenne soprattutto queste ultime. Basti pensare che i capolavori giapponesi si attestano attorno ai tre quinti dell’intera collezione, un numero decisamente prevalente sugli altri!

 

Scacchiera cinese in lacca e avorio Arte Museo Giappone Venezia

Scacchiera. Cina, dinastia Qing, ante 1850. Lacca, avorio.

 

HB: Birmania, Tailandia, Giappone. Da quali altre aree geografiche provengono i pezzi che possedete?

MBM: L’Indonesia. C’è un’importante attenzione per il Sud-est asiatico. E la Cina, dove Enrico di Borbone rimase per circa 5 mesi insieme alla moglie e a un ristretto seguito. La permanenza in questi luoghi consentì l’acquisto di numerose opere, soprattutto porcellane, ma anche tessuti, in particolare la seta. Per quanto riguarda il Giappone, invece, troviamo una maggiore varietà.

Le armature e la loro conservazione

 

HT: I pezzi del museo non sono però sempre tutti visibili dal pubblico. Quali non sono accessibili? Ci può spiegare per quale motivo?

MBM: I motivi sono quelli legati alla conservazione a cui accennavo prima: si tratta di opere delicatissime che dovrebbero stare al riparo dalla luce costantemente. Parliamo soprattutto di lacche, e anche dei grandi paraventi che non sono attualmente esposti, ma vengono messi in mostra in occasioni particolari. Anche buona parte degli oggetti cinesi, per ragioni di spazio non sono solitamente in esposizione. Tra questi, molti abiti di corte, le lacche cinesi e una parte delle porcellane.

 

Armature periodo Edo Arte Giappone Venezia

Armature. Giappone, periodo Edo (1603-1868). Metallo laccato, seta

 

HT: Per questo, noi di Hanabi vorremmo consigliare ai nostri lettori di tornare più volte al Museo d’Arte Orientale. Infatti, molto più che in altri musei, soltanto al momento della visita si scoprono effettivamente quali opere avremo la fortuna di ammirare. I rotoli giapponesi dipinti, ad esempio, vengono sostituiti ciclicamente, e quelli che oggi sono in deposito, tra sei mesi potrebbero essere in mostra. Dico bene?

MCM: Esattamente, questo riguarda anche i kimono, che vengono esposti in gruppi di tre a rotazione: ogni tre o quattro mesi, infatti, vengono sostituiti. Un’altra occasione per vedere le opere che in genere sono conservate nel deposito, è quella delle visite a tema guidate dalle ragazze dello staff. Durante questi incontri vengono mostrate e raccontate caratteristiche e storia di tutti quei manufatti che non sono solitamente fruibili.

La collezione cresce

 

HT: Il cuore della collezione, come abbiamo già ricordato, si deve alla donazione di Enrico di Borbone. Vorremmo sapere quali altri eventi abbiano contribuito alla ricca raccolta del museo, come lasciti consistenti o particolarmente preziosi. Inoltre, effettuate anche acquisti? E, in tal caso, quali criteri seguite?

MBM: Tra le donazioni, è sicuramente rilevante quella del Buddha tailandese avvenuta alla fine degli anni ’80 in ricordo di Anna Veruda. In genere si tratta di donazioni legate al nome di qualche collezionista scomparso. Recentemente abbiamo presentato la collezione di Aldo Guetta, che comprende soprattutto sculture buddhiste dell’area himalayana e del Sud-est asiatico, donataci da Sonia e Liana Guetta Finzi. Abbiamo anche acquistato di recente un disegno preparatorio di una stampa di Hiroshige. Per quanto riguarda gli acquisti, appunto, se al momento di consultare il bilancio a fine anno il museo riesce a fare avanzare qualcosa (ride), lo si investe in questo senso. Un’altra possibilità è l’acquisto in via di prelazione di opere che i venditori cercano di esportare all’estero, che devono passare al vaglio della commissione per l’esportazione. Ci è capitato che proposte d’acquisto purtroppo non siano andate a buon fine e siamo stati costretti a rinunciarvi.

Guardiani del Buddha Arte Giappone Venezia

Guardiani del Buddha nyorai, Giappone, XIII secolo. Legno policromo.

L’allestimento: da Barbantini alle mostre temporanee

 

HT: Parlando dell’allestimento, come si presenta oggi il museo agli occhi di un visitatore?

MBM: Come abbiamo già detto, conviviamo con questo allestimento storico, di grande fascino. Non è facile, perchè le vetrine del 1928 non rispondono alle esigenze conservative di oggi. Abbiamo cercato di modificarne alcune senza alterarne l’aspetto, inserendo ad esempio delle vasche metalliche a tenuta. Il criterio dell’allestimento è quello originario, che segue le le aree geografiche. Ancora oggi sei sale sono dedicate al Giappone, una alla Cina e una al Sud-est asiatico. Ahimè, quest’ultima accosta opere di provenienza diversa, Tailandia, Birmania e Indonesia, e il visitatore potrebbe sentirsi disorientato. Tuttavia, la scelta è stata quella di mantenere l’impronta di Barbantini. Secondo la concezione di inizio secolo bisognava esporre ogni cosa, mentre oggi si opera una maggiore selezione. Ad esempio, invece di un’intera raccolta di 250 pezzi, verrebbero mostrate tre o al massimo dieci netsuke (piccole sculture in legno o avorio, che legavano alla cintura gli inrō, contenitori solitamente di medicine, N.d.R.).

HT: Organizzate anche esposizioni temporanee, in particolare di pezzi provenienti dal Giappone?

MBM: Si, la più rilevante in tempi recenti è stata quella dedicata a Hiroshige nel 2014, nel museo di Palazzo Grimani. Il museo, anch’esso dipendente dalla Direzione generale Musei del Veneto, non possiede una propria collezione, ma ospita spesso eventi temporanei nei suoi ampi spazi espositivi. Più di recente abbiamo organizzato l’esposizione di maschere Rajbanshi. Quando ospitiamo eventi temoranei dobbiamo disallestire la sala della collezione, sottraendo momentaneamente al pubblico la nostra esposizione. Ma questa è una scelta, una mediazione.

I pezzi forti della collezione

 

HT: Immaginando un visitatore con poco tempo a disposizione, che non sappia cosa guardare nella grande scelta della collezione, su quali pezzi gli consiglierebbe di concentrarsi?

MBM: Sicuramente ci sono degli highlights da non perdere! All’entrata, i due gruppi di armature, che sono vicini a una scultura Khmer dell’XI secolo in arenaria, molto importante. La sua posizione in spazi così esigui non permette di darle il dovuto rilievo. Questo pianerottolo all’entrata è il sunto di quello che si trova negli altri spazi. Molto curiosa è poi la portantina per dama (onna norimono, N.d.R.): non ce ne sono molte in Italia. E poi, assolutamente da ricordare, i due guardiani del Buddha (due dei dodici generali celesti o jūnishinshō, che assistono il Buddha Yakushi, N.d.R.) del periodo Kamakura. Sono stati restaurati e hanno una vetrina a loro dedicata; Ca’ Foscari ha anche realizzato un’App che illustra la loro storia conservativa. Veramente molto curiosa, poi, è la scacchiera cinese che apparteneva a uno zio del conte, probabilmente commissionata in Cina dai Borbone stessi. Porta su il loro stemma ed è un pezzo interessante, in cui ci si perde. Anche i nostri strumenti musicali sono molto rilevanti in ambito europeo: abbiamo dei koto straordinari!

Portantina Arte Giappone Venezia

Portantina per dama di alto rango. Giappone, periodo Edo (1603-1868). Lacca

 

HT: Se dovesse nominare un oggetto giapponese particolarmente importante non in esposizione, quale sarebbe?

MBM: Recentemente abbiamo restaurato due sculture di Kannon che presenteremo al pubblico il 26 settembre. Una è stata studiata da Iwata Shigeki, curatore del Nara National Museum, che la fa risalire addirittura al periodo Heian. Una scoperta molto rilevante. In questo caso è stato il restauro a rendere possibile un’ipotesi già espressa da Iwata alcuni anni addietro.

 

Juichimen Kannon, Giappone, XI sec.

Juichimen Kannon, Giappone, XI sec.

Il restauro della carta e delle lacche

 

HT: Sarebbe bello essere a Venezia per assistere alla loro presentazione! Data la natura del vostro museo, avete particolari esigenze in termini di restauro degli oggetti della collezione, per l’originalità e il tipo di materiali impiegati? Necessitate ad esempio di particolari esperti o tecniche di studio differenti rispetto ad altri musei d’Italia?

MBM: Si, è qualcosa di molto complesso, soprattutto quando parliamo di paraventi giapponesi e lacche: questi sono i due tasti dolenti della conservazione per noi. Per i paraventi, non è tanto la parte figurativa, quanto quella strutturale a creare problemi: i restauratori devono essere formati presso maestri giapponesi. Fortunatamente abbiamo individuato una ditta a Roma che è in grado di realizzare la “bestia nera” per i restauratori: le cerniere. Le cerniere di carta di un paravento giapponese sono molto complesse: basta sbagliare di un millimetro e il paravento non si può più ripiegare correttamente. Per quanto riguarda la lacca, purtroppo in Italia non ci sono restauratori che usino lo urushi (lacca giapponese, N.d.R.). O almeno, nèio, nè i colleghi di altri musei ne conosciamo. Ahimè, in Italia la lacca viene restaurata con resine acriliche, e questo comporta alcuni problemi.

HT: In effetti il restauro della carta giapponese è un cruccio per diversi musei: anche i restauratori specializzati nella carta devono formarsi ulteriormente per potervi intervenire. Deve essere davvero difficilissimo trovare esperti!

La passione per il Giappone e le conseguenze sui musei

 

HT: Vorrei farle una domanda che riguarda il Giappone in modo più generale: negli ultimi anni sembra che il pubblico italiano sia sempre più incuriosito dal Sol Levante. Ha per caso riscontrato questa tendenza anche nelle visite al museo?

MBM: Si, devo dire che negli ultimi anni abbiamo promosso ancora più eventi, spinti anche dai nostri visitatori. Anche i numeri delle nostre visite tematiche hanno avuto un incremento negli ultimi anni. Nel 2019, però, siamo stati costretti alla chiusura: non a causa del Coronavirus, ma dai danni provocati dall’alluvione del 12 novembre 2019. In diversi eventi abbiamo coinvolto quasi 800 persone durante l’anno, oltre le visite delle scuole. C’è grande curiosità e attenzione, sicuramente. Poi ovviamente ci sono argomenti che attraggono più di altri: la spada giapponese ha un grandissimo appeal. E anche le tematiche legate alle religioni, come il buddhismo, e alla moda, con kimono e tessuti.

 

Conchiglia dipinta per il gioco del kai awase.

Conchiglia dipinta per il gioco del kai awase. Giappone, periodo Edo (1603-1868). Conchiglia, carta dipinta e dorata.

Le sfide attuali

 

HT: A proposito della chiusura dovuta invece proprio al Coronavirus, quali sono i cambiamenti che avete dovuto attraversare? Quali sono stati i più radicali? Ce ne sono stati di positivi, che intenderete magari conservare in futuro?

MBM: Naturalmente, come tutti i musei ci siamo trovati a dover esporre la nostra collezione online, su https://orientalevenezia.beniculturali.it. Durante quel periodo abbiamo dato l’impulso finale al sito che era già in lavorazione, completandone la versione inglese. Abbiamo poi avviato delle rubriche a cadenza fissa sui nostri canali social, come #oggiparliamodi, l’approfondimento del lunedì sulle opere del museo. Ogni sabato abbiamo proposto laboratori virtuali per i bambini, che poi ci inviavano i loro lavoretti fatti a casa. C’è stato insomma un buon rapporto con il nostro pubblico, che ha ripagato il nostro impegno seguendoci molto, soprattutto nei primi mesi di lockdown. Abbiamo realizzato anche filmati che sono ancora disponibili sul canale YouTube Direzione regionale Musei del Veneto e sui nostri social.

La nuova sede veneziana e le speranze per il futuro del museo

 

HT: Prossimamente il museo cambierà sede. Quali sono le sue speranze per il futuro nella sede di San Gregorio? Nuove acquisizioni o la possibilità di valorizzare quelle che già avete, ad esempio?

MBM: Una sede più grande ci permetterà di esporre più opere e avere uno spazio espositivo per le mostre temporanee. Questo sarà un bel vantaggio per il museo, che potrà portare anche a scambi positivi con altre istituzioni. Vorremmo poi poter ampliare l’offerta didattica per le scuole e gli studiosi. Spero che il passaggio alla nuova sede possa dare a questo museo la visibilità che merita, perchè è veramente un museo straordinario. Credo che in Europa sia uno dei maggiori per quanto riguarda il periodo Edo. Speriamo che tutto vada bene!

HT: Proprio per questo vogliamo invitare i nostri lettori a recarsi a Venezia e visitare il museo, che è un vero gioiello nel panorama italiano. È un luogo imperdibile per tutti gli appassionati di cultura e arte del Giappone. Per concludere e ringraziare la Direttrice, vorrei chiederle se volesse lasciare un messaggio ai nostri lettori.

MBM: Sicuramente quello di venirci a trovare quanto prima, di leggere e interessarsi alla cultura orientale, di non fermarsi a quello che c’è in Italia. Il mondo è grande e ogni angolo del nostro meraviglioso pianeta nasconde sorprese positive!

HT: Non possiamo che condividere questo splendido messaggio!

Le immagini sono inserite nell’articolo per gentile concessione del Museo d’Arte Orientale di Venezia e della sua Direttrice.

Fonti
Guida d’Italia, Venezia. Touring Club italiano

Revisione a cura di Silvia C.

Autore: <a href="https://hanabitemple.it/author/valentina-bianchi/" target="_self">Valentina Bianchi</a>

Autore: Valentina Bianchi

Ho avuto la fortuna di studiare nella bellissima Venezia, prima Cultura e Lingua del Giappone, poi Economia e Management delle Arti. Sono appassionata di arte giapponese e cerco sempre di scoprire nuovi artisti e di saperne di più su quelli che già conosco e amo. Vivo a Bruxelles, dove scrivo per siti web e riviste online e lavoro con organizzazioni locali e internazionali nel campo dell'arte contemporanea in connessione con la scienza e la sostenibilità.

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