I Niō, mitici guardiani del Giappone

da | 23 Giugno 2021 | arte, Articoli

Ho una confessione da farvi: sono una vera patita dei Kongō Rikishi, conosciuti anche come Niō.
Li ho scoperti per la prima volta durante una lezione di arte giapponese all’università, e da quel momento non sono riuscita più a togliermeli dalla testa. La loro iconografia, seppur opaca e distorta nella luce del proiettore, era così forte che ai miei occhi non perdeva affatto la sua efficacia. Mi sembrava che le sculture dei due guardiani feroci, posti a protezione di tanti templi giapponesi, non lasciassero dubbi sulle loro intenzioni. Eppure, allo stesso tempo, mi rendevo conto di quante domande fossero in grado di smuoverci. Anche per questo sono diventati il tema della mia tesi, e tutte le volte che li ho incontrati in Giappone non ho potuto fare a meno di fermarmi a fissarli incantata.

In questo articolo vorrei invitarvi a fare la loro conoscenza, presentandovi qualche esempio illustre, nella speranza di contagiarvi almeno un po’ con le mie parole.

 

niō guardiani in tempio in Giappone

Coppia di niō all’entrata dello Shitennōji 四天王寺, tempio a Ōsaka

Le origini dei guardiani

Pare che i Kongō Rikishi abbiano avuto origine in India da esseri soprannaturali o divinità minori note in sanscrito come Yaksha. Venerati dal IV-III secolo a.C. nei pantheon buddhista e induista, si credeva proteggessero elementi naturali e villaggi. Erano spesso presenti, numerosi, su cancelli decorati a bassorilievo e accompagnavano entità più potenti o il Buddha stesso. Si trovavano inoltre in coppia all’ingresso di reliquiari detti stupa, templi o monasteri rupestri, sempre sull’attenti come guardie pronte all’azione.

Quest’iconografia è stata poi esportata e adattata in Cina. Ne sono un esempio le due statue ai lati della grotta di Fengxian (o “Grotta della porta del drago”), costruita a Longmen nel 493 d.C. Ornate di orecchini, collane e gambali, queste figure muscolose sono più imponenti ed espressive degli Yaksha stessi. Il loro compito è quello di incutere timore negli spiriti maligni, incarnazioni dei desideri che tengono i fedeli incatenati al mondo terreno.

 

I Niō sbarcano in Giappone

Una volta giunti in Giappone i guardiani acquisiscono un’estetica ancora diversa, ma il loro compito rimane invariato. Qui sono noti coi termini di Niō 仁王  (“re” o “guardiani”) e Kongō Rikishi 金剛力士 (“portatori di Fulmine”). Il fulmine in questione è il vajra che impugnano, un oggetto simbolico buddhista. La coppia in argilla, presente all’entrata del tempio Hōryūji 法隆寺 vicino a Nara è una delle più antiche ancora visibili in Giappone. Questi Niō, alti 330 cm, furono costruiti nel 711 d.C. Il tempo li ha messi a dura prova, tanto che è stato necessario ridipingerli numerose volte; in alcuni punti però si intravede ancora il colore originale. Il corpo in estrema tensione, l’espressione feroce e i nastri che sembrano sollevarsi col loro movimento furioso, li rendono tra gli esempi più dinamici. Si sono disfatti dell’armatura che li proteggeva nella grotta cinese e sembrano ora pronti a lanciarsi in battaglia.

 

I significati nascosti dei Niō

Questi guardiani nascondono dietro al loro aspetto una ricca simbologia. Notiamo le differenze tra i due: uno è rosso, furente, con la bocca dischiusa in un grido di battaglia; il pugno è sollevato e pronto a scattare. Il secondo è blu, con le fauci serrate a contenere un urlo; la mano tesa è alzata ad arrestare tutto ciò che è maligno. Sono due opposti, ugualmente spaventosi, ma per ragioni diverse. Si chiamano Agyō, che articola la prima sillaba sanscrita “a”, e Ungyō, che pronuncia la sillaba “ɦūṃ: il primo e l’ultimo suono che gli esseri umani emettono nella loro vita. Sono la personificazione dei concetti di principio e fine, vita e morte, la forza scatenata e quella latente, l’alfa e l’omega del Buddhismo esoterico. Ecco la nascita dell’iconografia giapponese dei Niō che, pur raffinandosi nel tempo, manterrà questa incomparabile energia e vitalità.

 

Niō guardiano del Giappone del Rijksmuseum

Agyō di una coppia di niō della collezione del Rijksmuseum di Amsterdam

 

I gioielli dell’epoca Kamakura

I guardiani forse più famosi si trovano nel portale meridionale nandaimon 南大門 del tempio Tōdaiji 東大寺 di Nara. Se avete avuto la fortuna di visitarlo, saprete che prima di incontrare l’edificio principale, sarà questo portone a darvi il benvenuto. Le due sculture, di 840 cm circa, vi osservano dall’alto (molto in alto!); posizionate ai lati interni della struttura, sono poste dietro una rete protettiva.

La prima caratteristica che colpisce è senza dubbio la loro stazza, che appare ancor più sorprendente conoscendo la tecnica con cui sono state realizzate. Questa, chiamata yosegizukuri 寄せ木造り, prevede infatti l’assemblaggio di parti scolpite in precedenza attraverso particolari tasselli. Si dice che una squadra di artigiani guidata dai leggendari scultori Unkei e Kaikei (della Keiha 慶派 o Scuola Kei) abbia completato i due giganteschi Niō in soli 69 giorni, nel 1203. Rimangono un archetipo impeccabile dell’estetica del periodo Kamakura (1185-1333), che predilige espressività e potenza, evidenti in ogni intaglio.

 

niō guardiani in tempio in Giappone Tōdaiji

Agyō del portale sud del Tōdaiji

 

I Niō secondo il misterioso Enkū

I Kongō Rikishi rimarranno un’icona popolare anche nelle epoche successive. Durante il periodo Edo (1603-1868) il monaco scultore Enkū 円空  (1632–1695) ha scolpito un Ungyō armoniosamente incompleto. Si distinguono la bocca serrata e l’espressione arcigna, mentre il corpo si confonde nella naturalezza del materiale. Oggi conservato nel tempio Senkōji 千光寺, nella prefettura di Gifu, luogo natale del monaco, continua da secoli a essere un simbolo di speranza e sollievo per i cittadini del luogo.

Poco si sa di Enkū, ma si dice che abbia giurato di scolpire 120000 statue lignee come voto ascetico, rivolgendosi a una divinità ai piedi del monte Fuji. Pare che abbia ricevuto in dono un’ascia con cui tagliare i tronchi e scolpire le sembianze delle divinità buddhiste, che poi consegnava ai fedeli incontrati lungo il cammino. Molte delle sue opere hanno un aspetto sbozzato, accennato, ma estremamente eloquente. Per scoprire qualcosa di più sulla sua vita, vi consiglio di guardare questo documentario di NHK

 

Niō, non solo in Giappone

Non preoccupatevi, per vedere dei Niō in “carne e ossa” non vi servirà volare fino in Giappone! Al Rijksmuseum di Amsterdam, infatti, sono conservati due esemplari mirabili, risalenti al XIV secolo. Nonostante l’usura, di Agyō possiamo ancora ammirare la doratura sui denti e sugli indumenti variopinti (simili ai dhoti, abiti di origine indiana). Possiamo immaginarci come le fauci fulgenti avranno contribuito al suo aspetto spaventoso. All’interno della sua testa è riportata anche un’iscrizione che rivela che venne rubata alla fine del XIX secolo, ma fortunatamente poi restituita.

Anche in Italia abbiamo la fortuna di poter ammirare un Niō, al MAO di Torino: seppur di dimensioni inferiori, è una scultura di enorme pregio. Della Scuola Kei, come quelli del Tōdaiji, presenta la loro stessa inconfondibile possanza e definizione. Nonostante sia alto appena 230 cm, la base rocciosa su cui poggia gli conferisce un’apparenza massiccia, e la posa sinuosa lo fa sembrare quasi in movimento.

 

Niō guardiano dal Giappone del MAO

Ungyō del MAO (Museo di Arte Orientale a Torino)

 

I nuovi Niō: guardiani contemporanei

In tempi molto più recenti l’artista Hisashi Tenmyōya Hisashi 尚天明屋 (1966-) ha incorporato i Niō nei suoi quadri neo nihonga. ll suo stile ruba dall’arte classica giapponese i fondi dorati, le campiture piatte e solide, e una bidimensionalità esasperata. Le sue tematiche comprendono varie espressioni della cultura hip-hop e di stretta attualità, espressi in questa bizzarra ibridazione ironica.

Nella sua Neo Thousand-armed Kannon del 2002 egli ritrae dei coloratissimi Niō armati di un fucile d’assalto. Del tutto simili ai guardiani antichi, ricordano ad esempio quelli del tempio Kōfukuji (VIII secolo). Al posto del vajra, in quest’ottica dissacrante, essi ricorrono a mezzi ben più terreni e persuasivi, per contrastare quelli che sono forse mali contemporanei. Essi servono Kannon, bodhisattva della compassione, che viene raffigurata tradizionalmente con numerosi oggetti fra le sue “mille mani”, tramite i quali concede la misericordia. E in quest’opera l’artista sostituisce di fatto i doni consueti della divinità con delle armi da guerra, trasformando il significato della figura in qualcosa che è antitetico alla grazia e alla compassione.

 

Takashi Murakami e i suoi guardiani pop

Un altro artista contemporaneo che ha visto nei Niō un interessante potenziale espressivo è il celebre Takashi Murakami 隆村上 (1962-). Due personaggi ricorrono in opere murali, stampe e addirittura sculture colossali: il demone rosso e il demone blu. Il loro aspetto ricalca palesemente quello dei nostri ormai familiari guardiani, ma si fonde anche a quello dei demoni oni 鬼, con pelli di animali, clave e colori distintivi. Dall’atteggiamento e dalla collocazione capiamo però che il loro ruolo non si discosta troppo da quello originario. Li troviamo in primo piano a fare da scudo agli innumerevoli arhat, gli asceti semi divinizzati che, disposti in interminabili schiere, pregano per il Giappone e l’umanità.

Dal grande terremoto del 2011 i Niō (o la loro versione Superflat da lui rielaborata), diventano per Murakami anche un potente amuleto che evoca forza e serenità in tempi difficili.  La mostra “Arhat Cycle” allestita al Palazzo Reale di Milano nel 2014, ne conteneva alcuni esempi.

 

I Niō di Murakami a Palazzo Reale: Arhat con due guardiani.

View of the exhibition “Arhat Cycle” at Palazzo Reale Milan (Italy), 2014 Photo : Andrea Rossetti ©2014 Takashi Murakami/Kaikai Kiki Co., Ltd. All Rights Reserved. Courtesy Perrotin

 

In Giappone i Niō si sono confermati un’immagine versatile nei secoli che, partendo dal bisogno di protezione dagli spiriti maligni, è arrivata a rispondere a un richiamo di speranza universale. L’estetica che viene scelta oggi per dare loro forma è spesso pop, d’immediata comprensione e piacevolezza. Essa ha per questo il pregio di avvicinare persone provenienti da diversi background e Paesi. Allo stesso tempo, le loro manifestazioni più antiche conservano un’innegabile efficacia formale, che attraversa senza sforzo epoche e culture.

Non so cosa attenderà i guardiani in futuro, ma qualunque sia il destino della loro raffigurazione, sono sicura che il loro splendore continuerà a emergere ancora invariato.

Fonti

Onmark productions
Japan Times su Enku
MAO Torino
Hōryūji

Note alle immagini

L’immagine dalla mostra Arhat Cycle di Takashi Murakami a Palazzo Reale del 2014 è pubblicata per gentile concessione della galleria Perrotin, che ringraziamo.

Le altre immagini sono state scattate dall’autrice dell’articolo.

 

Revisione a cura di Silvia C.

Autore: <a href="https://hanabitemple.it/author/valentina-bianchi/" target="_self">Valentina Bianchi</a>

Autore: Valentina Bianchi

Ho avuto la fortuna di studiare nella bellissima Venezia, prima Cultura e Lingua del Giappone, poi Economia e Management delle Arti. Sono appassionata di arte giapponese e cerco sempre di scoprire nuovi artisti e di saperne di più su quelli che già conosco e amo. Vivo a Bruxelles, dove scrivo per siti web e riviste online e lavoro con organizzazioni locali e internazionali nel campo dell'arte contemporanea in connessione con la scienza e la sostenibilità.

1 commento

  1. Ferdinando

    Bellissima e complimenti

    Rispondi

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