La prima edizione di Honabi, il club del libro di Hanabi Temple, ha visto come protagonista Genere e Giappone, Femminismi e queerness negli anime e nei manga, una collezione di saggi curata da Giorgia Sallusti, yamatologa e traduttrice.
Il libro raccoglie contributi di ricercatrici, attivistə e studiosə che affrontano anime, manga, società ed estetica giapponesi da una prospettiva femminista e queer. L’intento non è giudicare ma interrogare: cosa abbiamo interiorizzato guardando certe serie da piccolə? In che modo la cultura visiva giapponese parla anche a chi vive lontano da Tōkyō? E soprattutto: cosa succede quando riguardiamo quelle storie con occhi diversi?
Ne è nato un confronto vivo, personale e pieno di sorprese, che abbiamo avuto la fortuna di concludere con un’intervista collettiva a Giorgia Sallusti. Insieme abbiamo attraversato temi come il kawaii, la rappresentazione sessualizzata di alcuni personaggi iconici, le riletture di Sailor Moon, Lamù o Pollon, e il modo in cui i media giapponesi parlano più o meno esplicitamente di femminismo, desiderio, corpi e dissenso.
Quella che segue è la nostra restituzione: un racconto condiviso di ciò che abbiamo scoperto su anime e manga, pensato e sentito leggendo questo libro, con riflessioni nostre e parole dirette di Giorgia.

Foto di Giorgia Sallusti, concessa da Giorgia Sallusti
Libri ed editoria
Ancor prima di tradurre e curare libri sulla cultura giapponese, Giorgia ha gestito per anni la libreria Bookish a Roma, specializzata in Medio ed Estremo Oriente. Da lì è nata una rete di contatti e competenze che oggi si riflette nei suoi progetti editoriali.
“Con Genere e Giappone, Asterisco mi ha proposto di curare una raccolta femminista e contemporanea. Ho detto subito sì, ma ci è voluto un po’ per trovare la squadra giusta. Ogni saggio viene da persone con esperienze e approcci diversi.”
Il suo libro più recente Nella terra dei ciliegi. Undici modi per scoprire il Giappone invece è una guida letteraria al Giappone che smentisce l’immaginario zen, etereo e uniforme che spesso ci viene proposto ed è nato da approfondite ricerche sui più svariati aspetti della cultura giapponese. Tōkyō, secondo lei, è la vera sintesi del Giappone contemporaneo:
“Amo i kombini, i rumori, il brusio continuo delle metropoli. C’è chi arriva lì aspettandosi templi e pace e rimane deluso. Ma Tōkyō è viva, ricostruita mille volte, e per questo emozionante in modi sempre diversi.”
Nei suoi racconti cerca di estirpare le immagini predefinite e trovare un equilibrio tra quello che esiste realmente e quello che ci raccontiamo.
Giorgia parte da esperienze personali per creare ponti culturali: ha tradotto, curato, venduto e studiato libri. Ha letto Murakami con entusiasmo e poi con sospetto:
“Mi era piaciuto Norwegian Wood, poi sono diventata snob. Ma per scrivere A Tōkyō con Murakami l’ho riletto e riscoperto. Certo, è vero che non scrive personaggi femminili complessi, ma il volume della sua produzione è tale che è normale che la qualità vari molto. Oggi piuttosto che condannarlo alla damnatio memoriae preferisco tenermi tutto, e lavorarci sui vari livelli.”

Genere e Giappone edito da asterisco
Kawaii e contraddizioni
Parlare di Giappone oggi, soprattutto attraverso anime e manga, significa affrontare un ventaglio complesso di rappresentazioni di genere, stereotipi e desideri. Ed è proprio qui che Genere e Giappone, la raccolta di saggi curata da Giorgia Sallusti, ha aperto il dibattito nel nostro Club del Libro.
Il tema del kawaii, spesso tradotto semplicemente come “carino”, è stato centrale, sia nel saggio di Marianna Zanetta, sia nel capitolo ad esso dedicato nel libro più recente di Giorgia: Nella terra dei ciliegi. Entrambi i testi propongono una lettura ben più complessa: più che un’estetica innocente, è emerso come un concetto ricco di sfaccettature, capace di essere tanto strumento di oppressione quanto leva di affermazione personale.
Certo può essere usato per infantilizzare donne adulte e enfatizzare narrative sessiste in alcuni ambiti, incrociandosi con narrative orientaliste e colonizzanti. Ma bisogna impegnarsi a non appiattire il kawaii. Il concetto di otona kawaii, cioè kawaii adulto, ad esempio, può essere un veicolo di autoaffermazione e un rifugio necessario per le donne a cui è richiesta completa abnegazione per la produzione e per la riproduzione.
Anime/animali
Un esempio perfetto è Aggretsuko, sui cui si concentra il saggio di Francesca Torre, sceneggiatrice di fumetti. La panda rossa impiegata d’ufficio che canta death metal per sfogare la frustrazione è apparentemente docile e mansueta, caratteristiche ricercate in ogni Office Lady che si rispetti. Ma la sua personalità è molto più ricca e realistica per una donna che lavori in un ufficio e debba lottare contro stereotipi, ma anche contro norme e leggi limitanti.“Tutti i personaggi sono animali,” ci ha fatto notare Giorgia, “e questo permette di uscire dagli stereotipi legati ai corpi umani.”
Aggretsuko incarna le tensioni tra l’ideale femminile manipolabile, subordinato, e la realtà della donna moderna, vessata sul lavoro e spinta a essere madre e moglie prima ancora che persona. Questo ribaltamento è possibile anche grazie al design kawaii che inganna: “Ti aspetti qualcosa di tenero, invece urla contro il patriarcato al karaoke.”
Eppure, come ci ha detto Giorgia durante l’intervista collettiva:
“Non giudico il kawaii in sé. È un concetto, non il male. Lo uso anche io, adoro Hello Kitty. Sono io la prima vittima del kawaii.”
È proprio questa consapevolezza, fatta di contraddizioni abitate e decostruite, a rendere l’analisi tanto lucida.

Aggretsuko che sfoga la sua aggressività al karaoke
Riletture e sensibilità
Una delle esperienze più forti del nostro gruppo è stata rileggere ciò che ci sembrava familiare con occhi nuovi. Anime come Pollon, che da bambinə ci facevano sorridere, oggi ci appaiono pieni di messaggi problematici: una bambina sessualizzata, uomini adulti mai puniti per le loro attenzioni inappropriate o vere e proprie molestie.
“È stato scioccante accorgersi di quanto ci siamo perse,” ha detto una di noi. Giorgia ha ricordato:
“Non lo rivedevo da anni, me ne ricordavo con affetto. Ma quando mi è arrivato il saggio di Carla Gambale, è stato doloroso ripercorre da un punto di vista consapevole un anime innocente all’apparenza.”
Pollon era visto più che altro come un mezzo leggero e divertente per introdurre i bambini alla mitologia greca. Tuttavia, nel panorama dell’animazione giapponese trasmessa in Italia, ciò che veniva considerato problematico spesso seguiva logiche discutibili. Il MOIGE (il Movimento Italiano Genitori) chiedeva la censura di baci tra persone dello stesso sesso o trasformazioni da un genere a un altro di alcune personagge, mentre passavano inosservati o tollerati contenuti ben più gravi, come abusi su personaggi minorenni.
Coraggiose sfide alla censura
In Sailor Moon, ad esempio, sono stati eliminati riferimenti alla cosiddetta “teoria gender”, come la trasformazione dellə Sailor Starlights in personaggi femminili, ma la violenza contro le donne è spesso rimasta, accettata o ignorata.
Le scelte di cosa censurare sembrano quindi più legate a ragioni politiche e di convenienza che a una reale tutela del pubblico. In fondo, ciò che si decide di insegnare ai bambini è spesso arbitrario: si può ritenere inaccettabile mostrare attrazione omosessuale, ma allo stesso tempo non ci si fa scrupoli nel rappresentare violenza di genere. Oggi il pubblico ha accesso a una grande varietà di anime e manga giapponesi, con livelli qualitativi molto diversi. È diventato più selettivo, anche se certi titoli restano comunque dei guilty pleasures.
Anche Sailor Moon, che pure ha rappresentato per molte un inno alla sorellanza, alla magia e al potere femminile, non è esente da contraddizioni. Le protagoniste sono giovani, magre, carine, vestite alla marinaretta. Tuttavia, è anche una serie che ha rotto schemi: le ragazze salvano il mondo al grido di “Fight like a girl”, l’uomo è una figura debole protetta da loro, e personaggi queer come Uranus e Neptune, censurati nella versione italiana, hanno creato spazio per nuove identità. Proprio le individualità spesso relegate alla marginalità o dipinte come inermi nel mondo reale, diventano le guerriere nel mondo fittizio. In fondo si tratta di una esemplificazione in chiave fantastica del realissimo lavoro di cura su cui la società si fonda.

Una tavola del manga di Sailor Moon in cui Sailor Uranus è descritta come “sia ragazza sia ragazzo”
Aliene ribelli
Lamù, invece, è stato forse il personaggio che ha sorpreso di più: “Essere aliena è un po’ come essere donna nella società,” ha detto una partecipante. Il punto di vista maschile spesso dominava la narrazione, ma il fumetto, firmato da Rumiko Takahashi, è molto più ricco:
“È tra shōjo e shonen, ha vinto premi in entrambe le categorie. Parla di desiderio, autonomia, identità.”
Giorgia ha collegato Lamù allo xenofemminismo e al Manifesto Cyborg di Donna Haraway: uscire dai canoni attraverso l’alterità, per salvarne solo ciò che ci fa bene. Nella serie, composta da episodi autoconclusivi, Lamù è una liceale che appartiene a una famiglia di oni, demoni della tradizione giapponese reinterpretati come alieni.
Il titolo originale del manga è Urusei Yatsura, che si potrebbe tradurre con “Quelli fastidiosi dello spazio”. La trama ruota attorno al suo rapporto con Ataru, un ragazzo umano già fidanzato con una ragazza “tradizionale”. Lamù lo seduce con la sua disinibizione e la sua libertà, ma viene preferita da lui quando si traveste da ragazza umana: carina, composta, con le corna coperte, senza poteri. È il riflesso della pressione sociale a rendersi “accettabili” nascondendo la propria autenticità.
Eppure, Lamù influenza anche le altre ragazze, spingendole a essere più libere, meno costrette a indossare maschere. La serie, spesso filtrata dal solito sguardo maschile che ne ha fatto un feticcio da sogno proibito, nasconde sotto la superficie comica e sexy un sottotesto insidioso. Come ci ricorda Giorgia:
“Il culto della normalità non ha nulla da offrire a chi è alieno, queer o semplicemente diverso”.
La vita da mangaka
In questo contesto si inserisce anche il contributo di Mara Famularo sul Gruppo dell’anno 24, un collettivo di mangaka donne attive a partire dagli anni ’70 (era Shōwa 24 = 1949) che hanno rivoluzionato lo shōjo manga arricchendolo di personaggi e dinamiche all’avanguardia anche per gli standard odierni in diversi casi.
Il “salone Oizumi” ne rappresentava quasi un laboratorio femminista informale, che dava loro anche una certa indipendenza economica oltre che autoriale, che, ci ricorda Giorgia, è un elemento fondamentale ma spesso sottovalutato della creazione artistica.
Virginia Tonfoni ha invece ripercorso l’opera di Kabi Nagata, trattata anche dalla nostra Maria in questo articolo, per evidenziarne l’estrema sincerità e apertura allo sguardo del pubblico. Quello che normalmente è relegato ai commenti personali del mangaka (insicurezze, paure, difficoltà psicologiche) diventa la narrazione centrale dei suoi manga autobiorgraifici. Giorgia ci ricorda che, come questa l’autrice senza peli sulla lingua, anche l’autore di Pollon ha attraversato momentidi incertezza e precarietà in cui si è sentito schiacciato dalle aspettative. Fare il mangaka non è avventura da poco, soprattutto dal punto di vista economico e dei gestione dello stress. “Tezuka Osamu stesso dava l’indirizzo sbagliato ai suoi editori per evitare di esserne tormentato!”

Alcune pagine tratte da “La mia prima volta” di Kabi Nagata
Il Giappone o le sue immagini?
Temi come la feticizzazione, il sessismo, il gender pay gap e il revenge porn, o meglio diffusione non consensuale di immagini intime sono sempre più presenti anche nei media locali. Quest’ultimo è affrontato nel saggio di Asuka Izumi, traduttrice anche di Black Box. Giorgia ci racconta del processo che ha portato a quel saggio. Voleva che ci fosse qualcosa scritto da Asuka che in quel momento stava traducendo proprio i manga analizzati nel saggio.
Oggi la questione è sempre più sentita anche in Corea e Giappone, nonostante la legislazione debba ancora allinearsi ai sentimenti e alle tendenze della società contemporanea. Si tratta di un’analisi sociologica e antropologica del fenomeno attraverso i media, posta in conclusione al volume perché trasversale alle opere citate nei saggi che lo precedono.
Il modo in cui il Giappone viene rappresentato, e spesso ingabbiato, nell’immaginario collettivo occidentale è una curiosità costante nei libri di Giorgia.
“C’è ancora una forte tendenza a rappresentarlo come un paese pacato, spirituale, fatto di tè, geisha e silenzi”
dice Giorgia. Ma è anche metropoli, contraddizioni, precarietà e caos.
All’ombra del fungo nucleare
Nella terra dei ciliegi include diversi capitoli emblematici dell’approccio multisfaccettato di Giorgia. In quello intitolato Godzilla L’atomica e il nucleare, i fili che uniscono paure, speranze, progresso e senso di comunità diventano evidenti.
Godzilla nasce dalle paure collettive legate all’atomica. Per andare oltre le versioni ufficiali, Giorgia ha deciso di visitare Fukushima di persona. Lì ha raccolto voci molto diverse: tra chi è ancora spaventato, chi parla di propaganda, e chi invece continua a vivere e lavorare nella zona. Voleva capire con i suoi occhi, senza filtrare tutto attraverso racconti di seconda mano.
È stato un viaggio intenso, che l’ha spinta a riflettere anche sulle reazioni letterarie al disastro, in qualche modo simili a quelle del dopoguerra. A Fukushima la ricostruzione passa anche dai piccoli gesti quotidiani: le persone si ritrovano nei centri culturali, condividono cibo coltivato localmente, cercano un nuovo equilibrio.
L’ultimo capitolo, Mono no aware – Melanconia della bellezza, si concentra proprio su queste “zone d’ombra” – i margini, i luoghi dimenticati, quelli di cui parla anche Murakami, dagli strip club ai cantieri abbandonati. Qui entra in gioco il mono no aware, quella malinconia lieve legata alla transitorietà delle cose. Tra i riferimenti più curiosi, spicca la raccolta di haiku Poesie di merda di Masaoka Shiki, pubblicata nel 1900: un’esplorazione poetica dell’ordinario, perfino del più terreno.
Nell’attesa di leggere i nuovi progetti letterari di Giorgia Sallusti la ringraziamo per la bellissima chiacchierata e vi invitiamo a seguirla su Instagram @giorgiaelecose. Per partecipare alle prossime edizioni del club del libro seguiteci su @hanabitemple !





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